Scritto il 20/12/2012
Tre campionati, anzi, poco più di due. Perché all’inizio del terzo rimasi solo.
Le immagini sono sempre quelle: tu dietro i cartelloni pubblicitari, appoggiato all’ambulanza o dentro la macchina parcheggiata a bordocampo. Tu che avanzavi fino alla linea di fondo per incitare i tuoi attaccanti. O i tuoi difensori, perché non è che ti spostavi dopo l’intervallo. Rimanevi lì. Sempre lì.
Le immagini sono anche quelle della sala stampa, quando dopo una vittoria sembravi volare o quando dopo una sconfitta onoravi i vincitori. Quando dopo un’ingiustizia minacciavi quel gesto che mai avresti fatto. «Sto pensando seriamente di abbandonare il calcio. Non fa per me», dicevi. Non eravamo mica preoccupati. Del resto ricordavamo sempre Fano, dieci minuti dopo la sconfitta nello spareggio contro l’Imola. Fuori lo spogliatoio:«Basta, smetto», ma una volta aperta la porta e visto le lacrime dei tuoi giocatori, li hai fatti sobbalzare con un «Forzaaaaaa, che il prossimo anno saremo più forti di adesso». Stessa cosa dopo la sconfitta di Pescara, che hai sempre giudicato con sospetto di furto.
Non era il calcio che non faceva per te, Pres, eri tu che non facevi per quel calcio.
Con te sempre e solo un timido buongiorno di sfuggita dietro quei cartelloni. Sapevo che la partita era un rito e non volevo guastarlo con scontate conversazioni. Io fotoreporter, tu Presidente-tifoso-appassionato, che aveva fatto e continuava a fare grande la sua Città.
Era anche una naturale soggezione verso la tua persona che mi impediva di affrontare qualcos’altro di diverso da un educato saluto. Del resto, di fianco avevo un mito.
Passionale e Ambizioso. Così ti definisti in una bellissima intervista. Passione cieca, sfrenata, istintiva. Ambizione vincente, per diventare grande e per scrivere una pagina di storia della tua Città. L’hai fatto con episodi che ti iscrivono d’ufficio nell’albo dei Grandi. Come quella volta che rifiutasti l’offerta della Fiorentina di giocare la partita del "Carlo Angelo Luzi" a Firenze, invertendo il campo. Le centinaia di migliaia di euro dell’incasso sarebbero andati nelle tasche della società, ma la dignità del Gualdo e dei gualdesi sarebbe andata a finire nella scatola con l’etichetta “Squadre e Città normali”.
Hai sempre pensato che questa Città meritasse il meglio (e quella domenica voleva dire Di Livio nel nostro stadio) e che la dignità non era in vendita. La perdemmo quella partita, ma al ritorno rendemmo il "favore" andando a vincere a Firenze. Tu non c’eri, te n’eri appena andato, ma il tifo che hai fatto solo noi lo sappiamo!
Ne ho un’altra di immagine, oltre a quelle dello stadio. E’ quella del tuo studio che ho avuto l’onore di visitare per cercare materiale per la mostra fotografica per i novanta anni del Gualdo. La tua Mirella lo ha lasciato intatto, con i muri tappezzati di foto, di articoli di giornale, di maglie biancorosse e moltissimi altri ritagli di giornale e cimeli archiviati con ordine. Non mi sono solo sentito onorato di essere stato l’autore di qualcuna di quelle foto e di quegli articoli. Mi sono sentito anche stordito da quanta Gualdo c’era lì dentro. Non sarei mai voluto uscire. Colto da una sorta di sindrome di Stendhal, ho sentito sulle spalle il peso della storia. Lì dentro sembrava quasi di sentire i cori del tuo stadio, il tuo vocione urlare quel “Forzaaaaaa” o “Daje Zoran” da dietro la porta. Farei della visita al tuo studio un percorso didattico per le scuole. Per far sentire ai gualdesi di domani il profumo e la grandezza di un gualdese di ieri.
Ho passato tanti altri anni a bordocampo, dietro quei cartelloni pubblicitari. Ogni volta sembrava di sentirti. Ancora adesso, se voi che leggete andate lì, durante una partita ed isolate nella mente i cori dei tifosi, potrete ascoltare il tuo vocione urlare “Forzaaaaaa” o “Daje Zoran” da dietro la porta. Sono ormai dieci anni che vedi le partite da un posto ancora più privilegiato del bordocampo e sono sicuro che a te non basta vedere quelle maglie solcare quel campo di calcio. Tu vuoi vincere sempre e tornare a vedere il tuo Gualdo in alto. Non avevi certamente paura di contraddire Le Coubertin.
«Ah, io voglio vincere, anche se gioco male», questo dicesti in un’altra storica intervista. Un’ultima immagine: il giorno del tuo funerale, quando alla tua bara hanno fatto fare uno struggente giro di campo di quello stadio che tanto hai amato, ma che hai frequentato solo in un settore: il tuo, quello dietro i cartelloni pubblicitari della porta a nord. Quel giro di campo fu il gesto più bello, più dolce e più significativo che quel giorno i tuoi cari potessero regalare. A te, ma anche a noi.
Ciao Pres, cuore biancorosso. E grazie.
© Marco Gubbini 2012