Scritto il 12/12/2023
Per me la Flaminia è segnare le macchine che passano.
Me lo aveva insegnato mio padre quel passatempo. Una sedia a bordo strada e un foglio con tante colonne. Su ognuna la marca e modello di un'auto. Per ogni macchina che mi passava davanti, mettevo una X nella rispettiva colonna. Non erano mica tante negli anni ’70. Togliete le giapponesi, togliete le coreane, praticamente inesistenti all’epoca in Italia, e vi rimangono Fiat, Alfa Romeo, Citroen, Renault, Volkswagen e qualche Ford, Bmw e Mercedes. A fine pomeriggio andavo da babbo, che stava sul tornio a creare arte, a fargli un resoconto e ad annunciare il vincitore. Scommettevamo sui modelli e non sulle marche, perché si sapeva già che la colonna più numerosa sarebbe stata quella della Fiat. I camion, che erano un’infinità nella Flaminia “vera” degli anni Settanta, non contavano.
Siamo stati fortunati noi che abitavamo lungo la Flaminia. Abbiamo visto passare Giri d’Italia, carrozzoni di grandi circhi, il Cantagiro, la Mille Miglia e personaggi famosi. Questi magari erano più difficile da notare, ma di sicuro ne sono passati una miriade, perché l’arteria che percorreva la vallata gualdese era praticamente l’unica che portava a Roma quelli che venivano da Nord Est. E ve lo ricordate il periodo dell’austerity? Io sì. È il primo ricordo che ho di questa strada che ha segnato la vita di tutti i miei concittadini, la mia in particolare. Per chi non lo sapesse, l’austerity fu adottato intorno al 1973/'74 in tanti Paesi europei per contenere il consumo energetico. Era aumentato il petrolio a causa dei trasporti - il canale di Suez era stato chiuso – e dell’embargo dei paesi mediorientali verso Europa e USA colpevoli di essere alleati di Israele. Insomma, storia vecchia che sembra nuova, ma che portò allora a decisioni che ora odorano di incredibile: pubblica illuminazione ridotta del 40 per cento, Rai che terminava le trasmissioni alle 22.45 e soprattutto blocco totale della circolazione dei mezzi privati nei giorni festivi, blocco che poi diventò a targhe alterne. I più contenti? Noi bambini, perché si poteva andare lungo la Flaminia in bicicletta senza problemi e soprattutto perché ci si poteva sdraiare nella striscia di mezzeria. Che cosa strana che era! Nei giorni normali passavano talmente tante automobili e camion, che il solo pensiero di sdraiarsi su quel catrame metteva i brividi. Mi mettevo lungo a guardare il cielo, esattamente sopra la striscia bianca. In alto l’azzurro, intorno un silenzio surreale.
All’epoca abitavo all’inizio di via Matteotti e i rumori della Flaminia, specialmente nelle notti d’estate, erano una costante. I camion scalavano non so quante marce per arrampicarsi lungo la salita dei Fiammiferi. E non erano mica i Tir di adesso. Sembravano tutti CM52 di militaresca memoria, quelli che per scalare le marce, qualsiasi marcia, dovevi eseguire una “ridotta” che ti spezzava la spalla. Il suono della Flaminia mi avrebbe fatto compagnia anche dopo, quando ci trasferimmo proprio lungo la consolare. Prima all’altezza dell’incrocio con il vecchio stadio comunale e poi davanti a quello nuovo di stadio. Ora il progresso ha degradato a semplice strada di provincia quella che era la regina delle consolari.
La sua storia somiglia a quella di una cugina sicuramente più giovane, ma decisamente più famosa: la Route 66. Avete mai visto il film d’animazione Cars? Lì, a Radiator Spring, il protagonista Saetta McQueen sale in cima a una montagna con la sua amica Sally che gli spiega come, quaranta anni prima, l'autostrada Interstate 40 non esisteva e la Route 66 seguiva il paesaggio. La cittadina aveva molti più clienti e turisti, ma tutto cambiò a metà degli anni ottanta, quando un tratto dell'autostrada venne costruito non lontano da Radiator Springs, che praticamente scomparì piano piano dalle mappe. Senza più clienti in arrivo, alcuni chiusero definitivamente i negozi e lasciarono la cittadina, mentre gli abitanti rimasti trascorrevano gli anni attendendo con pazienza clienti sempre più scarsi. La storia della mia Flaminia somiglia a quella della Route 66 descritta da Cars e in fondo è anche la metafora del nostro tempo. Ci stiamo dirigendo verso le affollate vie di comunicazione dei social, che sono autostrade dalle innumerevoli corsie, piene di automobili sconosciute con cui cerchiamo condivisioni forzate e spesso non ricambiate, ma poi ci dimentichiamo che esiste una strada che ha solo bisogno di essere curata per splendere: quella che attraversa noi stessi.
Anche oggi, a distanza di parecchi anni, quando imbocco la Flaminia e passo davanti a quella che è stata la mia casa di bambino, mi sembra di vedermi lì, seduto a bordo strada con le gambe accavallate e carta e penna in mano. Non ci sono più i grandi Tir, non ci passano più le migliaia di Fiat e non c’è più neanche babbo.
Il Giro sì, quello fortunatamente continua ad amare le strade di provincia.
"𝐼𝑡'𝑠 ℎ𝑎𝑟𝑑 𝑡𝑜 𝑓𝑖𝑛𝑑 𝑎 𝑟𝑒𝑎𝑠𝑜𝑛 𝑙𝑒𝑓𝑡 𝑡𝑜 𝑠𝑡𝑎𝑦𝐵𝑢𝑡 𝑖𝑡'𝑠 𝑜𝑢𝑟 𝑡𝑜𝑤𝑛, 𝑙𝑜𝑣𝑒 𝑖𝑡 𝑎𝑛𝑦𝑤𝑎𝑦𝐶𝑜𝑚𝑒 𝑤ℎ𝑎𝑡 𝑚𝑎𝑦, 𝑖𝑡'𝑠 𝑜𝑢𝑟 𝑡𝑜𝑤𝑛".(James Taylor - Our Town)
© Marco Gubbini 2023